Testo della conferenza: Eugenio III il Papa pisano

Maria Luisa Ceccarelli Lemut

Eugenio III, il papa pisano

Desidero prima di tutto ringraziare il Comitato Pisano San Pio V che mi ha invitato a tenere questa conferenza. Il tema di questa sera sarà la figura di Eugenio III: anche se nel corso del XII secolo la nostra città dette alla Chiesa una dozzina di cardinali, uno solo è stato il papa originario di Pisa.

Il Liber Pontificalis, la raccolta ufficiale delle biografie dei pontefici medievali, qualifica Eugenio III «natione Tuscus, patria Pisanus, qui Bernardus, sancti Anastasii abbas», ossia toscano di nascita, pisano per patria, di nome Bernardo, abate di Sant’Anastasio. È dunque taciuto qualsiasi riferimento alla famiglia di appartenenza, ma queste scarne notizie non potevano bastare agli eruditi cinque-seicenteschi, desiderosi di magnificare le glorie della propria città o del proprio ordine. Si è così sviluppata una complessa tradizione basata su un’imprecisa lettura e interpretazione di documenti, che cercheremo di ripercorrere.

1. Il monaco di Montemagno

Al 5 maggio 1106 risale un atto di professione monastica, con cui «frater Petrus quondam Johannis, qui dicebatur Paganellus de Montemagno», promise a Domenico, abate del monastero pisano di San Zeno, «stabilititatem et conversionem morum meorum et obedientiam secundum regulam sancti Benedicti». Da questo è nata, a partire dalla fine del XVI secolo, l’ipotesi che questo Pietro divenisse abate di San Zeno per poi cambiare nome, identificandosi con il Bernardo vicedominus arcivescovile e futuro papa Eugenio III; il soprannome del padre si è così trasformato nel cognome di una fantomatica famiglia Paganelli da Montemagno di Pisa. All’inizio del Seicento Raffaello Roncioni citava la presenza di personaggi chiamati Paganello in due privilegi di Federico I, datati rispettivamente 25 gennaio 1178, Lucca e 30 gennaio 1178, Pisa a favore l’uno della canonica cattedrale di San Martino di Lucca, l’altro della canonica cattedrale di Santa Maria di Pisa, in cui compaiono Ermanno di Paganello e suo nipote Paganello da Porcari, Guido da Montemagno e i suoi figli Inghiramo e Paganello. Roncioni era fuorviato dalla presenza del nome Paganello: in realtà Ermanno di Paganello e suo nipote Paganello appartengono chiaramente alla famiglia da Porcari, mentre Guido da Montemagno e i suoi figli Inghiramo e Paganello sono ascrivibili alla casata lucchese dei da Montemagno e non hanno niente a che fare con Pisa, città di origine di Eugenio III.

Un’altra opinione ha invece immaginato che il pontefice, prima di svolgere l’ufficio di visdomino, fosse stato monaco e priore del monastero di San Zeno, poiché in un atto del 1115 compare un priore Bernardo.

Ma tutto questo bel castello non sta in piedi: in primo luogo l’identificazione tra l’abate Pietro e Bernardo è impossibile, dal momento che il Necrologio del monastero di San Zeno ricorda al giorno 8 marzo la morte dell’abate Pietro. Altamente improbabile è che un monaco e priore di un monastero potesse divenire canonico suddiacono della cattedrale e visdomino arcivescovile, e poi tornare a farsi monaco a Clairvuax.

2. Bernardo canonico e visdomino

Passiamo ora ai dati storicamente accertati. Non è del tutto certo che sia identificabile con il Bernardo suddiacono s della canonica cattedrale pisana che nel settembre 1125 sottoscrisse un atto solenne dell’arcivescovo Ruggero, secondo dei tre suddiaconi, ossia in una posizione tale da indicare che egli non era né il più anziano di nomina, che firmò per primo, né il più giovane, ma già da qualche tempo si trovava in quel grado. Se l’identificazione fosse giusta, ciò potrebbe suggerire un’ipotesi sulla sua età, sicuramente superiore a vent’anni, e sull’anno di nascita, da porre intorno al 1100.

Il successore di Ruggero, l’arcivescovo Uberto, eletto all’inizio del 1133, lo nominò visdomino, ossia amministratore del patrimonio arcivescovile, ufficio sovente affidato in quel periodo a canonici. Diversi documenti attestano l’attività amministrativa di Bernardo, dall’aprile 1133 al 9 maggio 1138, cioè per l’intera durata dellepiscopato di Uberto e per l’inizio di quello di Baldovino. In veste di vicedominus lo vediamo compiere le normali azioni proprie del suo ufficio, ossia agire per conto dell’arcivescovo ricevendo beni a vario titolo (acquisti, donazioni, rinunce), pagando il prezzo di acquisti e presenziando a refute. La sua scrittura, di stampo professionale e ottimamente eseguita, pur presentando coloriture cancelleresche, era di evidente matrice libraria, come si conveniva a chi era stato educato nella scuola cattedrale. Degno di particolare menzione è il fatto che per conto della Chiesa pisana Bernardo voleva ricostruire il castello di Montevaso, distrutto nel primo decennio del XII secolo, e che salì in quel luogo con alcuni monaci di Clairvaux con l’intenzione di erigervi un monastero.

Quest’ultima notizia è molto importante, poiché segnala l’esistenza di rapporti con i monaci cisterciensi. Non conosciamo la data esatta dell’evento, ma si deve ricordare che la nostra città strinse relazioni con l’Ordine cisterciense negli anni Trenta del XII secolo, ma già prima un illustre pisano, Baldovino, si era fatto monaco a Clairvaux.

3. L’esempio di Baldovino

Baldovino apparteneva a famiglia di un certo rilievo, nota finora soltanto nella figura del fratello Marchese, avvocato e giudice del Sacro Palazzo Lateranense, attestato a Pisa nella sua veste professionale tra il 1125 e il 1139. In questi documenti manca l’indicazione del patronimico, superflua per personaggi di questo livello, a tutti noti sia per la professione svolta sia per l’appartenenza ad un ceto sociale di rilevo; e benché l’antroponimo Marchese non sia frequente, non è tuttavia possibile proporre un’identificazione plausibile. Certo i due fratelli appartenevano ad una rilevante famiglia del ceto comunale, in cui era presente la professione giuridica che, insieme con le attività armatoriali, mercantili e finanziarie legate al mare e al commercio transmarino e unite agli interessi più schiettamente terrieri e cittadini, contrassegnò le casate pisane del tempo.

Niente è noto della vita di Baldovino a Pisa prima dell’ingresso come monaco nell’abbazia di Clairvaux, primo pisano a compiere la scelta del nuovo ordine religioso. Non sappiamo quando ciò sia avvenuto esattamente né in che modo egli sia venuto in contatto con quell’ambiente monastico: probabilmente prima del 1130, forse in quella seconda parte degli anni Venti in cui la fama di Clairvaux e del suo abate Bernardo si diffuse largamente in Francia. Non doveva poi essere difficile per il cittadino di un centro come Pisa, caratterizzato da intensi rapporti internazionali, venire a conoscenza di nuove esperienze cenobitiche.

Baldovino rientrò in Italia con il proprio abate san Bernardo, che all’inizio del 1133 raggiunse a Pisa il papa Innocenzo II. Baldovino fu fedele accompagnatore del santo nel suo viaggio italiano e fece parte del gruppo di monaci che san Bernardo lasciò nella nuova fondazione cisterciense di Chiaravalle Milanese alle porte di Milano, di cui Baldovino è testimoniato come priore il 4 agosto 1136.

Il viaggio dell’abate di Clairvaux in Italia fu causato dallo scisma che divideva la cristianità in seguito alla duplice elezione papale, avvenuta nel febbraio 1130, di Gregorio Papareschi, che prese il nome di Innocenzo II, e di Pietro di Leone, Anacleto II. Pur essendo entrambi romani, rappresentavano due diverse correnti non solo in seno al collegio cardinalizio ma nella Chiesa stessa. Innocenzo II era valido esponente delle forze migliori che propugnavano le esigenze di riforma e continuatore della nuova politica nei confronti dell’impero instauratasi dopo il concordato di Worms, che nel 1122 aveva posto fine alla lotta per le investiture, e l’elezione a re di Germania di Lotario II di Supplimburgo nel 1125; Anacleto II rappresentava invece la tradizione locale romana e perseguiva la linea dell’alleanza con i Normanni dell’Italia meridionale.

Resosi Anacleto padrone di Roma, Innocenzo fu costretto nel maggio 1130 a lasciare la città e a cercare alleati Oltralpe. Una delle sue prime tappe fu, nel maggio-giugno, Pisa, che si sarebbe rivelata sua valida fautrice. Oltralpe il pontefice consolidò i rapporti con i regni di Francia, d’Inghilterra e di Germania e con le forze più vive della Chiesa, i Cluniacensi, i Premonstratensi e, appunto, i Cisterciensi, che in lui riconobbero il miglior interprete delle loro esigenze di riforma. Così rafforzato, rientrò in Italia alla fine di marzo del 1132, intraprendendo una paziente opera di tessitura e di collegamento tra i suoi fautori italiani nell’intento di isolare l’anacletiana Milano e di procurarsi l’aiuto delle città marittime di Pisa e di Genova per sconfiggere Ruggero II, conte di Sicilia, il maggior alleato di Anacleto II. Proprio in questa prospettiva si colloca il secondo soggiorno pisano del pontefice, dalla fine di dicembre del 1132 al marzo 1133.

Allorché Innocenzo II giunse nella nostra città, trovò la sede arcivescovile vacante e provvide a farvi eleggere un suo fedele, Uberto, cardinale prete di San Clemente, pisano di nascita, che, prima di essere nominato cardinale, era stato canonico della cattedrale di Santa Maria. Pisa dunque riceveva come presule un uomo ben conosciuto e stimato, proveniente dalla stessa canonica cattedrale e, per la prima volta nella sua storia, dal collegio cardinalizio romano, segno della grande importanza che il pontefice attribuiva a questa sua fedele alleata.

A Pisa Innocenzo II tornò pochi mesi dopo, nel settembre 1133, per un terzo e più lungo soggiorno, durato fino ai primi mesi del 1137, durante il quale convocò anche un concilio, tra il maggio e il giugno 1135. Fu un periodo importantissimo nella storia di Pisa, elevata, come scrisse san Bernardo in una famosa lettera, al posto di Roma e al di sopra di tutte le città del mondo in quanto sede del successore degli Apostoli. I Pisani infatti, diversamente dai Genovesi, mantennero una totale fedeltà al pontefice, non cedettero, come continuava la lettera di S. Bernardo, alla «malizia del tiranno siciliano», il normanno Ruggero II, ma anzi lo combatterono alacremente. Probabilmente prima che, al principio di marzo del 1137, terminasse la permanenza pisana del pontefice, Baldovino fu elevato alla dignità cardinalizia con il titolo di prete di Santa Maria «fundentis oleum», ossia di Santa Maria in Trastevere, il primo cisterciense divenuto cardinale. La sua nomina appare chiaro indizio dell’importanza che in tutta la vicenda dello scisma avevano assunto l’Ordine Cisterciense, una delle forze più vive della Chiesa schierate dalla parte di Innocenzo II, e il suo più illustre rappresentante, san Bernardo, che tanto si era adoperato a favore del pontefice in Francia e in Italia, e rivela altresì il rilievo della persona del nuovo cardinale e del ruolo rivestito nell’Ordine, mostrando anche per questa via il particolare rapporto instaurato da Innocenzo II con la città ove risiedette a lungo e che rappresentò uno dei suoi principali alleati italiani.

Tuttavia, nonostante questo rapporto privilegiato, non tutti i Pisani presenti nel collegio cardinalizio condivisero la scelta della loro città. Se ad Innocenzo II aderirono Guido, cardinale vescovo di Tivoli, già arcidiacono della cattedrale pisana, e, come si è visto, Uberto, cardinale prete di San Clemente, eletto all’inizio del 1133 arcivescovo di Pisa, la scelta opposta fu compiuta da un illustre personaggio come Pietro, cardinale prete di Santa Susanna, famoso per la sua cultura giuridica e canonica, che fu tra gli elettori di Anacleto II.

Nel corso del 1137 Baldovino accompagnò san Bernardo al seguito del papa nel Lazio e in Campania e poi nella missione nell’Italia meridionale, volta a guadagnare l’abbazia di Montecassino all’obbedienza innocenziana e a convincere il sovrano normanno Ruggero II ad abbandonare Anacleto. In quel medesimo anno morì l’arcivescovo di Pisa Uberto, cui il pontefice chiamò a succedere nell’aprile 1138 proprio il nostro Baldovino. La scelta cadde su di lui non solo per la volontà del papa di porre un uomo particolarmente affidabile in una città per lui così importante, ma anche per l’interessamento di san Bernardo, sempre sollecito verso il suo antico discepolo.

4. Bernardo monaco ed abate

Fu dunque in questo clima che si colloca l’intenzione del visdomino Bernardo di costruire un monastero cisterciense sul Montevaso e che maturò la sua scelta monastica, ispirata dall’esempio di Baldovino ma anche dalla permanenza a Pisa dell’abate di Clairvaux. Dopo il maggio 1138 infatti mancano notizie sulla presenza a Pisa di Bernardo, e anzi dal 10 agosto 1139 risulta sostituito nell’ufficio di visdomino da Omicio, nominato dall’arcivescovo Baldovino. Bernardo aveva lasciato Pisa per entrare nell’abbazia di Clairvaux: alcuni anni più tardi egli stesso, ormai papa, nell’incontro con il re di Francia Luigi VII avrebbe ricordato di aver più volte lavato i piatti durante la sua permanenza nell’Ordine Cisterciense («scutellas lavavi quam sepius in Ordine Cisterciensi»).

Ben presto Bernardo si distinse all’interno del suo ordine e fu inviato in Italia, a Roma, nel 1141, ad assumere l’ufficio abbaziale del monastero dei Santi Anastasio e Vincenzo ad Aquas Salvias o delle Tre Fontane, appena restaurato e affidato dal papa Innocenzo II ai Cisterciensi. Non siamo invece certi che anch’egli sia stato nominato cardinale prete.

5. Il pontificato

Pochi anni dopo egli fu eletto pontefice, il 15 febbraio 1145, il giorno stesso della morte del suo predecessore Lucio II in seguito alle ferite riportate nell’assalto al Campidoglio, sede del Senato, l’organo dirigente del Comune di Roma sorto in opposizione al potere temporale del papato. La designazione di Eugenio III, insperatamente unanime («ex insperato concorditer»), ebbe luogo nel refettorio del monastero di San Cesario sul Palatino e l’intronizzazione subito dopo nel Laterano. Ma già la notte tra il 16 e il 17 il nuovo papa dovette abbandonare Roma in rivolta, rifugiandosi nel monastero di Farfa, ove fu consacrato la domenica Exsurge, ossia di Sessagesima, il 18 febbraio.

La scelta era caduta su un personaggio d’indubbio prestigio, in grado di coniugare l’oculatezza amministrativa maturata nell’esperienza di visdomino con le forti istanze riformatrici acquisite a Pisa ed esaltate in ambito cisterciense. Non estraneo alla sua fama dovette essere poi il legame con san Bernardo, testimoniato da quasi quaranta lettere, e dal trattato sulla missione del papa da lui sollecitato e a lui dedicato. La prima di queste lettere commenta l’elezione del nuovo pontefice. Nella lettura di questo, come degli altri testi bernardini, occorre superare l’interpretazione letterale e tener conto della sapienza retorica e del largo uso d’immagini bibliche da parte dell’autore. Così, se può avere ragione d’essere la meraviglia per la scelta di un uomo dedito alla vita contemplativa e alla solitudine e fuggito dagli incarichi temporali, si deve leggere nella definizione di homo rusticanus, avvezzo a maneggiare strumenti di lavoro come la scure, l’ascia o la zappa, non il rimando ad un’origine campagnola (che sarebbe stata in contrasto con l’appartenenza al clero canonicale pisano) bensì il ritratto del perfetto monaco cisterciense il quale, secondo il più genuino spirito benedettino, coniugava la contemplazione con il lavoro manuale: una vocazione mai rinnegata, se è vero che il papa continuò ad indossare l’abito monastico sotto le vesti pontificie.

Nel trattato, scritto tra il 1148 e il 1153 e intitolato «De consideratione», l’abate di Clairvaux tracciava per il suo antico discepolo, giunto alla massima dignità della Chiesa, un programma completo di governo, in cui la tradizione di Gregorio VII si fondeva con le concezioni monastiche incentrate sulla povertà e l’umiltà. Alla base di tutto questo stava la convinzione che la Chiesa avesse come fondamento la Sede Apostolica, dotata di piena autorità. Il papa a sua volta doveva offrire l’esempio delle virtù evangeliche e governare il mondo cristiano allo stesso modo in cui potrebbe farlo Dio stesso, senza lasciarsi sopraffare dalle cure mondane, conseguenza inevitabile dell’accentramento ecclesiastico e causa delle aspre critiche di Arnaldo da Brescia, che aveva fomentato la rivolta dei Romani. Pur rimproverando duramente l’atteggiamento ribelle e violento di costui, san Bernardo non risparmiava però le accuse ai cardinali e alla curia romana, paragonata a un covo di ladri zeppo di bottino rapinato ai viandanti («non plus quam spelunca latronis in spoliis viatorum»). Sulla scia di queste raccomandazioni possiamo collocare l’uso inaugurato dal nostro papa del titolo di vicarius Christi, una dizione che ribadisce con forza la funzione di massima guida spirituale rivendicata dal successore di Pietro.

San Bernardo non fu il solo illustre personaggio con cui Eugenio III intrattenne significative relazioni. Dotato di forti interessi teologici e culturali, ebbe molteplici rapporti con i più importanti dotti del tempo, tra cui ci piace ricordare il giurista Burgundio da Pisa, che su invito dell’insigne concittadino tradusse dal greco gli scritti di san Giovanni Damasceno.

Il pontificato di Eugenio III fu segnato dalle difficoltà create dall’autonomia comunale romana, con cui il dialogo risultava particolarmente difficile, nonostante il papa rivelasse doti di abilità politica. Per tale motivo i suoi soggiorni a Roma furono brevi e poco numerosi: per lo più egli risiedette in altri centri del Lazio a lui fedeli, come Viterbo, Tuscolo, Ferentino e Segni.

Un importante evento fu la predicazione della II crociata in seguito alla caduta, nel Natale 1144, dell’armena Edessa, il più settentrionali degli stati nati dalla I Crociata. All’appello di Eugenio III rispose san Bernardo, che intraprese la predicazione di una nuova spedizione in Terra Santa infiammando gli animi con la sua grande eloquenza. All’iniziativa aderirono i sovrani di Francia e di Germania e l’impresa divenne un affare internazionale, andando oltre le intenzioni del papa che aveva progettato una crociata soltanto italiana e francese. Tuttavia la spedizione, mal preparata diplomaticamente con l’imperatore d’Oriente, si risolse in un disastro anche sul piano militare e non riuscì nell’intento di riconquistare Edessa ai Turchi.

Non possiamo qui soffermarsi ulteriormente sulle vicende del pontificato di Eugenio III. A noi interessa mettere in luce gli aspetti più rilevanti della sua personalità. Un tratto che emerge dagli oltre mille documenti ufficiali emanati dalla sua cancelleria è l’estrema attenzione per il mondo monastico, testimoniata dalle numerose concessioni di protezione pontificia (quella che allora si chiamava la libertà romana) ai monasteri autonomi. Particolarmente favorito fu naturalmente l’Ordine Cisterciense, da cui trasse ben tre cardinali e al quale confermò la charta charitatis contenente le norme che ne regolavano la vita, con alcune importanti aggiunte.

A questo punto ci domandiamo quale sia stato il ruolo di Pisa nelle vicende pontificie e in che modo il papa abbia guardato alla sua città d’origine. Un primo episodio significativo fu la nomina del successore dell’arcivescovo Baldovino, morto pochi mesi dopo l’elezione di Eugenio. La scelta non cadde, come era avvenuto nel più recente passato e come ci si sarebbe aspettato, su un pisano ma sul pistoiese Villano, dal 1144 cardinale prete di Santo Stefano al Celio, e dunque proveniente dalla curia romana, già canonico della cattedrale di Pistoia, di cui era stato arcidiacono tra il 30 ottobre 1140 e il 9 settembre 1142. Anche nelle designazioni cardinalizie, i pisani non godettero di favori particolari: conosciamo infatti soltanto i nomi di Enrico e di Giovanni, entrambi tuttavia attivi lontano dalla patria. Enrico era stato suddiacono della Chiesa romana e poi monaco a Clairvaux, mentre Giovanni arcidiacono a Tiro nell’attuale Libano. Un altro cardinale di origine pisana, Guido diacono dei Santi Cosma e Damiano, fu suo cancelliere e incaricato di una missione diplomatica in Germania nel 1147. Il medesimo incarico di cancelliere fu in seguito ricoperto dal senese Rolando Bandinelli, futuro Alessandro III, che era stato canonico della cattedrale pisana, e che proprio Eugenio III chiamò presso di sé elevandolo alla dignità cardinalizia e ordinandolo prima diacono dei Santi Cosma e Damiano e poi prete di San Marco.

Uno solo fu il soggiorno del papa pisano nella città sull’Arno, nonostante le turbolente vicende del suo pontificato lo avessero costretto a lungo lontano da Roma. A Pisa Eugenio III giunse soltanto il 18 ottobre 1148, di ritorno dal viaggio in Francia in preparazione della crociata, per fermarsi non più di un mese, periodo durante il quale non si ha notizia di eventi rilevanti se si esclude la consacrazione dell’altar maggiore nella chiesa monastica vallombrosana di San Paolo a Ripa d’Arno, di recente ricostruita.

Improntate alla normale amministrazione sono anche i privilegi rilasciati dal papa ai presuli e agli enti religiosi della diocesi: in particolare non si verificarono ampliamenti dei diritti metropolitici e primaziali degli arcivescovi pisani, come invece sarebbe più tardi avvenuto ad opera di Alessandro III, che nel 1176 estese la primazia alle metropoli ecclesiastiche sarde di Cagliari e d’Arborea.

Non è facile interpretare questo modo di agire apparentemente distante, che potrebbe suscitare stupore e perplessità in un’epoca in cui erano così frequenti i favori verso i propri congiunti e connazionali, ma una spiegazione plausibile si potrebbe trovare nel rigorismo morale dell’antico monaco cisterciense.

Eugenio III morì a Tivoli l’8 luglio 1153 e in seguito fu sepolto nell’oratorio di Santa Maria in San Pietro in Vaticano, dove un’epigrafe ora perduta ricordava le principali tappe della sua vita, la nascita pisana, il soggiorno a Clairvaux, l’abbaziato alle Tre Fontane e il pontificato, ed esaltava la sua fede profonda.

Con lui volgeva al termine un’epoca, quella del papato riformatore, che in lui ebbe l’estremo rappresentante, ultimo di una lunga serie di monaci e di canonici regolari che per un secolo avevano retto le sorti della Chiesa romana. Dopo di lui venne alla ribalta una generazione ispirata alla nuova teologia e alla nuova canonistica, improntata ad una più fredda razionalità, ad un più lucido legalismo e ad obiettivi politici più realistici, che governò la Chiesa in modo sempre più centralizzato. Si verificò allora un mutamento di generazione veramente epocale, sottolineato anche dalla morte quasi contemporanea di san Bernardo di Chiaravalle il 20 agosto 1153.

Il culto di Eugenio III compare dalla metà del XVI secolo nei libri liturgici cisterciensi e soltanto il 3 ottobre 1872 ottenne la sanzione ufficiale con la proclamazione a beato da parte del papa Pio IX, su richiesta degli stessi Cisterciensi.

6. Cardinali pisani intorno a Eugenio III

Nell’Ordine Cisterciense, oltre a Baldovino e Bernardo, entrò un terzo pisano, di nome Enrico, del quale pure non è noto il casato. Suddiacono della Chiesa romana, probabilmente ad opera di Eugenio III, accompagnò il pontefice nel viaggio in Francia e si fece monaco a Clairvaux nell’aprile del 1148: come già il suo illustre concittadino, anch’egli divenne abate del monastero cisterciense romano di Sant’Anastasio ad Aquas Salvias. Eugenio III lo nominò all’inizio del 1151 cardinale prete dei Santi Nereo ed Achilleo e i suoi successori lo incaricarono di delicate missioni diplomatiche, in Sicilia nel 1155, a Federico I in Germania nel 1158 e a Modena nel 1159, in Francia e in Inghilterra nel 1160 e ancora in Inghilterra nel 1162.

Un particolare rilievo ebbero questi ultimi due viaggi. Il primo è legato allo scisma che, come già era avvenuto nel 1130, ancora una volta divideva la cristianità in seguito alla duplice elezione pontificia, nel settembre del 1159, nelle persone del senese Rolando Bandinelli, che prese il nome di Alessandro III, e del romano Ottaviano, cardinale prete di Santa Cecilia, Vittore IV. Alessandro III, insigne giurista, pervaso della grande idea della sovranità pontificia, si presentava come il continuatore della politica del suo predecessore; Vittore IV, di nobile famiglia e imparentato con rilevanti casate francesi e tedesche, rappresentava il partito filoimperiale.

Naturalmente quest’ultimo fu riconosciuto dal Barbarossa, mentre Alessandro III, per perorare la propria causa, inviò in Francia e in Inghilterra tre cardinali, uno dei quali era il nostro Enrico; anche Vittore mandò i suoi rappresentanti, due dei quattro cardinali suoi elettori, tra cui l’altro pisano nominato da Eugenio III all’inizio del 1152, Giovanni, prete dei Santi Silvestro e Martino del titolo di Equizio. In precedenza, tra gli anni Trenta e Quaranta, costui era stato arcidiacono della cattedrale di Tiro nell’odierno Libano. Rimasto fedele allo scisma, Giovanni fu, alla morte di Vittore IV nel 1164, tra gli elettori del suo successore Pasquale III, che lo nominò cardinale vescovo di Albano. Morì nel 1168 a Viterbo per una caduta da cavallo.

Diverso fu il percorso di Enrico, che morì nel 1166. Da Alessandro III fu inviato in Inghilterra nel 1162, al momento dell’elezione del nuovo arcivescovo di Canterbury: Enrico si adoprò perché l’eletto, Tommaso Becket, già cancelliere del re Enrico II, accettasse la nomina e negli anni successivi il suo nome compare più volte nelle vicende dello scontro che sulla libertà della Chiesa oppose Tommaso al re, scontro conclusosi, come è noto, il 29 dicembre 1170 con l’assassinio dell’arcivescovo nella sua cattedrale da parte di seguaci del sovrano.

A questa vicenda è legato anche il nome di un altro pisano, Graziano, nipote di Eugenio III, che divenne amico di Tommaso Becket e fu da lui stimato. Figura eminente, aveva studiato diritto a Bologna e nei primi anni Sessanta aveva composto il commento, o glossa, al Decretum, il codice di diritto canonico; da Alessandro III fu nominato nel 1168 suddiacono della Chiesa romana e notaio papale e nel 1178 promosso cardinale diacono dei Santi Cosma e Damiano. Nell’agosto 1169 fece parte dell’ambasceria pontificia che impose ad Enrico II la riconciliazione con l’arcivescovo e nel 1171, dopo l’uccisione di Tommaso, in Normandia promulgò l’interdetto papale sul regno d’Inghilterra e sul suo sovrano.

Anche in seguito Graziano, divenuto personaggio di primo piano nella curia pontificia e altamente considerato dai suoi contemporanei, fu coinvolto nelle questioni inglesi: tornò in Inghilterra come legato papale nel 1177 e negli anni successivi, tra il 1187 e il 1197, favorì i monaci di Canterbury nella vertenza che li oppose al loro arcivescovo Baldovino. Le sue doti furono apprezzate anche dai successori di Alessandro III: Celestino III gli affidò nella primavera del 1195 una missione diplomatica presso l’imperatore Enrico VI per trattare il progetto di una nuova crociata per la liberazione dei Luoghi Santi, tornati in mano turca nel 1187. Alla morte di questo papa nel 1198, fu tra i candidati al pontificato: eletto risultò invece Innocenzo III, che nel medesimo anno lo mandò a Pisa e a Genova per indurre le due città marinare alla pace in vista del rinnovato disegno di crociata, che tanto stava a cuore al pontefice. Graziano morì nel 1205.

7. Conclusioni

Abbiamo dunque visto gravitare intorno a Eugenio III una serie di eminenti personaggi cittadini. In particolare è rilevante la presenza cisterciense nella nostra città, con l’ingresso a Clairvaux di tre figure di primo piano come Baldovino, Bernardo ed Enrico, che assursero a posizioni di grande importanza nella Chiesa e incisero fortemente nelle vicende del loro tempo, e con il soggiorno a Pisa dello stesso abate di Clairvaux, san Bernardo, già in vita riconosciuto come l’uomo più santo della sua epoca. In una situazione del genere, desta meraviglia che, nonostante l’intenzione manifestata dal visdomino Bernardo di erigere un monastero sul Montevaso, l’Ordine Cisterciense non si sia impiantato allora nella nostra regione e non vi abbia creato alcuna filiazione. Il suo successo rimase circoscritto a questi personaggi, per quanto eminenti, che non ebbero alcun seguito di massa: il motivo va probabilmente cercato nella forte tradizione locale legata agli ordini nati in Toscana e qui largamente affermati, cioè i Camaldolesi e i Vallombrosani.

Infine notiamo come da Pisa nel XII secolo provenne un nutrito gruppo di cardinali molto importanti, che ricoprirono ruoli e incarichi di rilievo: fu un fenomeno tipico di quel periodo, poiché prima di Pasquale II (1099-1118) nessun pisano era stato insignito di quella dignità, e dopo Lucio III (1181-1185) rarissimi e del tutto sporadici furono i pisani presenti nel collegio cardinalizio. Il XII secolo invece ne vide una dozzina, un numero di tutto rispetto, che dà ancora una volta la misura dell’importanza assunta dalla città marinara nello scacchiere internazionale e del ruolo attribuito dai pontefici a Pisa finché seppe mantenersi fedele alla Sede Apostolica sul piano politico: come è noto, questa situazione subì una prima modificazione al tempo del Barbarossa e poi in modo molto più netto e preciso nel XIII secolo, allorché la città sposò senza tentennamenti la causa imperiale. Grazie

Pisa, 11 giugno 2015

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